
L’ANIMA HA UN SESSO?
Maggio 9, 2024Cos’é la Montagnaterapia?
Se partiamo dal presupposto hillmaniano ossia che psiche è una prospettiva, non una cosa, e se affermiamo che la psiche quindi è dappertutto, dato che abbiamo infinite prospettive, la montagna può essere una di esse.
La parola terapia, spesso abusata, è associata ad altre parole, altre prospettive. Arte-terapia, Teatro-terapia, Pet-Therapy (Animale Domestico-Terapia) ecc. E’ abusata nel senso del significato curare, guarire, assistere, servitore, aiutante, compagno. Ecco la terapia diventa tale solo quando curiamo il senso di curare, assistiamo il senso di assistere, diventiamo terapeuti della terapia. Ma non siamo noi a guarire l’altro. Non siamo noi a curare il malato (provoco: perché la malattia esiste? O è solo una prospettiva?). E’ la cura che cura. La cura della psiche, guarisce la psiche. E’ essa stessa che si cura da sé. Se diventiamo servi della psiche, e non ci eleggiamo a servitori di noi stessi, aggiungiamo prospettive e guariamo anche noi.
La montagna diventa quindi un modo per aggiungere prospettive, aggiungere psiche, servire essa, servendosi di tale prospettiva. La montagna cura curando. Servendoci di questa immagine che ci ha dato la natura, riusciamo a essere terapeutici attraverso la montagna, che è terapia.

Ma che immagine e’ la montagna?
La montagna è natura, quindi istinto tra gli istinti, archetipo tra gli archetipi. Un’immagine tra le immagini.
La montagna tra i paesaggi naturali è la più alta, quella che va più in quota, vetta, cima, e a cosa associamo quel “lassù”? Siamo più vicini a Dio. O almeno, il Dio Cristiano, quindi allo Spirito che si innalza.
E’ molto interessante un esempio di come analizzi Jung in alcuni suoi scritti l’immagine della montagna. Jung infatti in molte delle sue opere o trascrizioni di sue conferenze, osserva sia le vertigini da montagna (mal di montagna), sia sogni in cui colui che scala poi cade e muore (nello specifico anche nel concreto, ma qui ipotizzo una visione erronea, ristretta di Jung, ma non mi dilungherò, rimando soltanto al concetto di letteralizzazione hillmaniano). In entrambi i casi il pericolo che la psiche rimanda al soggetto, è quello dell’eccesso di Spirito, raccomandando una scesa a terra, risporcare il candore della montagna. Una montagna che spesso è rappresentata da aria come elemento. Una montagna accompagnata spesso nei sogni da neve, simbolo di Albedo, ma anche candore, freddo, solidificazione ecc.
Quali sono le “montagne”?
Eppure Gesù, (che forma la Trinità proprio con lo Spirito Santo)sporca la montagna e come. Una piccola montagna, detto il Monte Golgota, il luogo del calvario, dove il corpo, trucidato, viene abbandonato dall’anima.
In effetti c’è un altro Monte importante, quello dei Greci, l’Olimpo. Monte inaccessibile agli esseri umani, ma luogo degli Dei. Ecco, Dei, plurale. Questo aspetto non è da sottovalutare, perché sottolinea come sia la pluralità la ricchezza. Gli Dei Greci non sono solo sù, sono anche giù nella terra (in vesti diverse), ma anche più giù, nell’Ade.
La montagna è ricca di altro. Fiumi, laghi, valli, boschi, animali e mille cose ancora. La montagna rappresenta lo Spirito, ma lo Spirito diventa Anima quando riesce a raccogliere tutto ciò che ha intorno, e sporcarsi. Proprio come dopo una passeggiata in montagna bagnata dalla pioggia.
Rifacendoci al poeta romantico Keats, la montagna, può diventare, la valle dell’anima, o meglio ancora, del fare anima.

Esperienza fatta della Montagnaterapia
Da anni che cammino, amo la montagna come luogo di incontri, interni, esterni, animali, vegetali, umani. Una passione che ho sempre portato avanti grazie ai miei maestri di vita, familiari e non. Una passione che è diventata anche una nuova prospettiva sul mio lavoro, quello dello psicologo. Non sono guida ma lo sono. Non lo sono come guida escursionistica, ma lo sono in quanto chiamato a fare lo psicologo.
La mia esperienza lavorativa mi ha portato a stare a contatto con la natura, la montagna, il cammino anche in modo professionale cercando di praticare l’attività chiamata “Montagnaterapia”.
Ho osservato come questo strumento possa essere attivato e messo al servizio di tutte quei clienti, pazienti, utenti, persone insomma, che ho incontrato nel mio lavoro. Sia come dipendente di cooperative sociali, sia come partecipante attivo di associazionismo, sia come libero professionista.
Con chi ho camminato
Ho camminato con migranti, rifugiati politici del SAI (Sistema Accoglienza Integrazione)dove lavoravo, per un cammino strutturato in 3 giorni con due tappe notturne in rifugi dei Sibillini. Mi ha fatto osservare come anche noi operatori eravamo più presi dall’etichettare il rifugiato come vittima, e il cammino come forma di trauma per l’utente. Camminando sono venuti fuori degli elementi importanti del racconto della persona, del suo cammino per venire in Italia, aspetti inaspettati, mai raccontati prima, agli operatori, alla Commissione per lo status di rifugiato. Mettendo in azione il corpo, la mente risponde, la psiche si attiva. Il cammino guarisce il camminatore. Il simile cura il simile.
Un’altra esperienza è stata quella con una comunità tossicodipendenti, l’esperienza più lunga a livello temporale, e quella che ha fermato, fissato alcuni aspetti del mio agire in montagna come psicologo. Abbiamo camminato con tantissimi utenti per un anno e mezzo concludendo con una cammino ad anello di 5 giorni sempre nei nostri amati Sibillini, partendo dal comune di Amandola e ritornandoci cambiati. Le uscite, una a settimana circa per molti mesi, con pause invernali, sono state aperte a esterni, amici, conoscenti, persone che volevano comprendere come si cammina con un gruppo, senza stare a vedere chi era parte del gruppo, se tossicodipendenti o meno.
Superando un limite, un confine sociale, siamo riusciti a lavorare sul limite, come quello fisico che a volte sembra insormontabile per alcune persone sotto psicofarmaci o cure metadoniche. E’ venuto fuori come darsi dei limiti, altri superandoli, ognuno riesca a osservarsi nel proprio ruolo, quello per cui è stato chiamato al mondo: ognuno è quel che è. Riconoscendosi si è riusciti a riconoscere, parti di sé, parti nostre che vediamo nell’altro. Come altro intendo la montagna, le persone, il vento, tutto.
Conoscere, conoscersi e interagire
Partendo da questo presupposto si nota come in realtà è molto difficile scindere queste tre parti. E’ impossibile conoscere senza conoscersi, se l’altro è un altro me, direbbe lo scrittore, giornalista, fotografo, amico Matthias Canapini. Non è possibile interagire senza l’altro, senza averlo conosciuto. E’ inutile conoscere le fasi geologiche della montagna, senza comprendere questo in relazione a noi. Siamo entrati in relazione con noi stessi, e siamo riusciti a entrare in relazione con gli altri, persone, personaggi dentro di noi, il teatro della psiche si arricchisce e non si cammina più da soli. Siamo una moltitudine dentro di noi. E abbiamo avuto la fortuna di essere una moltitudine fuori di noi. Siamo diventati amici del cammino, e per quello amici tra noi. Ognuno col proprio preciso scopo, ruolo: psicologo, Michele, esterno, fidanzato, donna, solitario, pizzaiolo, maestra. Il cammino per persone che hanno avuto problematiche connesse alle sostanze, è diventato un modo per capire quanto si fossero allontanati da ciò che sono, nella continua ricerca frettolosa di conferme esterne, attraverso una sostanza esterna. Si è andati oltre i propri limiti, dando sempre però dei confini ben precisi, determinati, ma in una direzione sensata: il conosci te stesso dell’oracolo di Delfi.
Conosci te stesso
Conoscendomi ho continuato a camminare. Ho incontrato un’associazione che lavora con i disabili, disturbi dell’apprendimento e dello spettro autistico. Ho compreso davvero che i limiti non ci sono, o almeno, non nella psiche. Solo la morte, quella fisica, sarà il nostro limite, ma quando arriverà, non ci saremo noi. Parlo di morte perché non dimentico mai, di come l’Ade prima citato, sia sempre dentro di noi, e come esso possa arricchire le nostre vite, psichiche. La vita però è presente davvero in tutti gli elementi della natura, ed osservarli con persone autistiche, che sembrano vedere un altro mondo, è stato il modo di osservare meglio, con altri occhi.
Come gli occhiali da adolescente, che ho indossato con gli adolescenti di una comunità per minori con reati, dove sono stato chiamato a supportare un progetto con gli amici Gianluca e Stefano. Ci siamo indirizzati verso loro e il loro mondo, con la bussola che abbiamo costruito insieme ai ragazzi, che richiedono costantemente con i loro occhi speranza, sogni, una guida, uno scopo, un obiettivo. Abbiamo cercato le stelle, l’orizzonte, qualcosa che ci faceva attaccare alla vita, ad una luce. Curioso come i ragazzi, dandogli autonomia e spazio, abbiano agito poi loro pensieri privati, sensibili, scegliendo di non arrivare su una vetta, ma vedere nel sottobosco cosa c’era; se fate, folletti, gnomi, paranoie, incubi, preoccupazioni da fare nostre.
Insomma, ho visto e fatte mie molte immagini.
Ho camminato, e continuerò a farlo per il gusto di camminare.

In breve: Montagnaterapia: cosa ce ne facciamo?
Negli ultimi anni c’è stata una marcata tendenza nell’andare incontro a tematiche connesse alla natura che si sono strutturate in varie forme specifiche e professionalizzanti: out-door education, montagnaterapia, green care ecc.
Il tutto può essere sintetizzato con una parola utilizzata in campo psicoanalitico: amplificazione. Questa azione che amplifica la visione interiore dell’essere umano, può essere sviluppata attraverso tutti i campi, gli oggetti, le materie del mondo.
La natura però, con i suoi immaginari arcaici, riesce ad accendere nell’essere umano aspetti più profondi, simbolici, istintuali, e farci da specchio.
In un mondo che si distacca sempre più dalla natura, dal senso naturale delle cose, coi suoi tempi, spazi, aspetti positivi e negativi, il contatto sì diventa più raro, ma molto più profondo e diretto, immediato.
Viviamo in un mondo ipertecnologico, strutturato, non naturale, in un mondo che ha solo un tempo: la fretta.
Ecco, i ritmi lenti del cammino ci aiutano a entrare in contatto con aspetti di noi che non pensiamo di avere, che il nostro contesto, la società, nasconde ai fini di uno sviluppo economico, una crescita, che immaginiamo sempre in salita, e che ci fa bloccare senza però poter andare avanti.
Questo blocco è vissuto in particolare da tutte le categorie ritenute “deboli”: psichiatrici, immigrati, adolescenti, tossicodipendenti. Coloro che vengono tenuti o si sentono ai margini, a valle. Essi sono quelli che non riescono a vedere la cima, non riescono a comprendere quale sia il cammino, lo scopo di questi passi, dato che la vetta sembra davvero inarrivabile.
Come ci aiuta?
Camminare in montagna aiuta a darsi i propri tempi, i propri spazi, a non pensare solo alla cima, a capire che salita e discesa fanno parte della stessa immagine, e che spesso, come citando di nuovo il poeta John Keats, “è la valle il luogo del fare anima”.
Perché a valle, nella piattezza, nella fatica del cammino, nel poter decidere di fermarsi, andare indietro, incontrare una difficoltà, sta la vera essenza dell’essere umano e del suo vivere facente parte della natura fuori e dentro di lui.
Camminare fa comprendere come ognuno di noi, è uguale nella sua unicità, col proprio essere, coi suoi passi, col fermarsi ad osservarli, riconoscerli negli altri, differenziarsi dagli altri, ognuno col proprio ruolo.
Un ruolo che è utile portare avanti, quello dell’adulto (psicologo, operatore, quello che sia) e mantenerlo camminando a fianco ad un altra persona, immigrato, tossicodipendente, adolescente; facendo comprendere come camminiamo.
Anche se me ne sono servito, non servono parole, ma solo passi.
Matteo Salvucci

https://www.prosperoeditore.com/autori/Matthias-Canapini
Vi lascio i link per capire chi è Matthias e con chi ho camminato, la comunità terapeutica Dianova





