
L’ANIMA HA UN SESSO?
Maggio 9, 2024
Il mito di Amore e Psiche: lo spirito incontra il corpo (Prima parte)
Ottobre 16, 2024Leggere i libri, gli eventi con la centralità della psiche

Andata e ritorno
Tornando a Tolentino, nella mia città natale, dopo diversi anni in giro tra università, lavori e viaggi è arrivata l’esigenza di fermarmi e osservare come e cosa era cambiato, in me, fuori di me.
La comunità che ero tornato a vivere mi appariva diversa, ma diverso ero io, o meglio il mio punto di vista su di essa.
Sono partito neomaggiorenne speranzoso, volenteroso, sognatore verso la facoltà di Psicologia di Urbino, non sapendo nulla di cosa fosse la psicologia, se non quei due nomi che sottolineavo e ripetevo sui libri di filosofia: Sigmund Freud, Carl Gustav Jung. Sono tornato con un percorso di studi e professionale proprio come psicologo, con uno studio nella mia città dopo aver lavorato altrove.
Capivo soltanto che qualcuno, qualcosa, (il daimon Hillman) mi guidava in quello che poi per me stava e sta tuttora diventando sempre più centrale: la psiche.
La psiche mi si stava facendo conoscere attraverso il suo racconto circolare, retorico e mitologico. Tutto quello che ho visto, vissuto, era necessario per farmi tornare a casa con l’aggiunta di più prospettive e del provare ad osservare ciò in trasparenza. L’anima mi ha riportato a Tolentino e Tolentino mi ha riportato all’anima.
Tant’è che di psiche, di anima si parlava in questi 3 incontri.
Descrizione progetto e obiettivi
Il progetto è nato da un’esigenza di dare centralità al racconto della psicologia, della psiche stessa, attraverso la lettura simbolica, metaforica e mitologica di 3 aspetti diversi: un libro (un mito), un monumento, un elemento naturale.
Tre immagini diverse, provenienti da ambiti diversi di studio, lette però in chiave psicologica.
Il progetto è stato indirizzato a tutta la popolazione, proprio per coinvolgere tutte le prospettive possibili e avere più punti di vista diversi. Il lavoro comunitario per me è fondamentale per aprire spazi di discussione e contatto intergenerazionale, per iniziare un nuovo racconto di un territorio martoriato dal sisma del 2016.
A tutti gli incontri di fatti la discussione è stata molto aperta e anche critica, dato che lo spazio era stato pensato proprio nell’attivazione delle persone in quante creatrici dell’incontro e non spettatrici.
Questi appuntamenti non sono stati quindi di divulgazione di tematiche psicologiche, nè gruppi di supervisione psicologica nè di gruppi di terapia, ma finalizzati solo allo scopo di trovare il centro, la psiche.
Le persone che hanno aderito (ad ingresso gratuito) sono state attive nella costruzione dello spazio, anzi a volte le sole protagoniste di alcuni momenti specifici.
Dove e cosa
Il luogo scelto è stato significativo e “centrale” appunto: la biblioteca “Letture in Centrale” nell’ex centrale Ponte del Diavolo di Tolentino, nasce da qui il gioco di parole “Letture Centrali”. Una biblioteca che ha perso il suo centro concretamente, avendo la sede nel centro storico lesionata dagli eventi sismici. Un luogo di cultura e di rinascita per la nostra città, nei pressi di un simbolo storico e culturale come il Ponte del Diavolo e un simbolo naturale e vitale come quello del fiume Chienti.
Uno spazio fisico a me molto caro e connesso a ricordi d’infanzia, quando con la scuola si andava fuori e si passeggiava al fiume e si faceva a gara a chi riusciva a vedere più uccelli tra gli alberi o pesci in acqua.
La speranza è quella che questo rimanga un luogo di scambio di prospettive e di crescita personale e culturale.
La base invece pratica degli interventi in relazione all’intervento comunale, è la promozione del benessere del cittadino come prevede anche il protocollo d’intesa del 01/02/2022 tra il CNOP e ANCI.
L’approccio e punto di vista professionale è stato analitico col focus su: senso della comunità, della città, del centro Italia e Marche, dei luoghi storici e culturali di Tolentino, sul senso del rispetto e il ritorno alla natura, sull’importanza della cultura come strumento.
Incontri culturali
Per fare cultura, intendo coltura, coltivare. E per coltivare la terra ci vuole fatica e tempo, sapere leggere la natura e saper attendere il momento giusto. Il tutto attraverso il concetto socratico “conosci te stesso”, coinvolgendo le persone non a leggere libri di psicologia, ,ma leggere libri psicologicamente, non fare gli psicologi ma psicologizzare, non camminare fisicamente ma animisticamente.
Lo psicologo osserva e si osserva, e si conosce, e guida le persone nel conoscere e conoscersi.
Far conoscere questo ruolo fa parte del servizio all’anima, alla psiche.
Far conoscere tale professione fuori dal contesto del colloquio individuale, in favore di una discussione aperta su aspetti critici del contesto sociale, comunitario e della salute mentale.
Con occhi da cittadino tolentinate fin dalla nascita, ma anche quelli di un professionista, unendo i due (e più direi) punti di vista per cercare di osserva ciò che accade e ci circonda, in trasparenza.
Primo incontro: La centralità della psiche

Siamo partiti dall’aspetto fondamentale della psicologia, il suo oggetto di studio: la psiche.
Anche se abbiamo osservato come soggetto ed oggetto nella psicologia (ma direi in tutti gli ambiti di studio) siano la stessa cosa: non possiamo distinguere l’osservatore dall’osservato, entriamo in un campo che chiamiamo appunto psiche. La psiche è quindi una prospettiva, una modalità di vedere in trasparenza e ci fa rendere conto come noi e l’altro siamo la stessa cosa.
Abbiamo concepito l’importanza di fissare un Genius Loci, un luogo da cui partire e in cui organizzare il nostro dialogo, racconto, processo psichico.
Questo luogo di Tolentino ha avuto molte funzionalità e utilizzi: Centrale idroelettrica, circolo, associazioni varie, locale per eventi artistici e musicali ecc. Ora ci si viene a studiare, leggere e siamo quindi partiti proprio da leggere un libro, un racconto nel libro, un mito, un mito nel mito: “Metamorfosi. L’asino d’oro” di Apuleio. Non un libro di psicologia ma molto più centrale di tanti Manuali di psicologia. Libro che contiene appunto il mito di “Amore e Psiche”.
Partire dal Genius Loci è necessario per capire da dove si parte e dove si va, quale sia lo scopo dei processi psichici, immettendoci in una visione finalistica e non causalistica.
Discussione aperta e animata
A questo punto ho rivolto diverse domande, di cui non avevo risposta certa, unica, ma erano volte ad aprire la discussione e canalizzarla su più prospettive. Quale è il vostro obiettivo oggi qui? Perché siete qui? Cosa sapete di psicologia? Quale è il vostro punto di vista? Cosa dovrei fare io, da psicologo? Cos’è la psiche? Il gruppo presente di circa 15 persone si è attivato molto e ha iniziato a dialogare con me, tra loro, tra sé e sé, mostrando come la pluralità delle risposte porti all’impossibilità dell’unicità, uniformità. Ognuno sì si legava all’altro nella risposta (aggiungendo o andando contro la definizione data), ma la risposta rimaneva unica. Anche quello che ho quindi “definito” io, deve essere preso con le pinze, osservato per quello che è: una definizione, pre-definita da altri, altre parole.
Con questo spirito la psicologia diventa letteralmente il logos della psiche, il discorso, racconto della psiche. Ma la psicologia è la disciplina dove soggetto e oggetto coincidono. Quindi racconto sulla, della, nella psiche.
Lo psicologo quindi è colui il quale ha elaborato un logos della psiche, un suo vocabolario, una logica, un suo racconto. Jung diceva che non possiamo portare il paziente dove non siamo stati prima noi.
E dove siamo stati prima noi? Quanti punti di vista abbiamo osservato e fatti nostri?
La psiche: il centro
Ecco, in questo modo e date le definizioni precedenti, la psiche diventa una prospettiva, una modalità di vedere in trasparenza ciò che ci accade. Per trasparenza intendo vedere gli eventi in maniera metaforica, attraverso l’immaginazione, rendendo il nostro racconto che chiamiamo vita, un mito, il nostro mito, il nostro racconto.
Ed è questo quello che intendo per “il centro”. Cercare di afferrare la psiche e tramutarla in racconto. Perché, facendo invece citazioni meno colte e più “sporche” : “la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia” direbbe Vasco Rossi. Cogliere psiche, vuol dire coltivare psiche, tornando all’inizio: fare cultura.
Amore e Psiche
E questo è ciò che accade nel mito di Amore e Psiche, Psiche è una ragazza bellissima, ma leggera, che non sembra appartenere al mondo, non trova marito, tutti la adorano, nessuno la ama. E lei, dopo quello che sembra il difficile oracolo incontra un uomo, che si verrà a scoprire fosse un Dio. Psiche cerca di afferrare Eros, Cupido, Amore. Sembra sempre che la vita le sfugga, imprendibile, senza significato unico.
Sallustio dice che il mito non è mai accaduto ma è sempre, e negli incontri, ho provato a far avvenire il mito qui ed ora, facendo del mito il nostro (del gruppo presente) racconto. Il centro, la psiche, è diventato il pubblico.
Ognuno attraverso psiche, la propria prospettiva, ognuno con la sua a raccontare il mito.
Genius Loci
Siamo partiti dal Genius Loci, dal luogo, come si fa nell’analisi dei sogni. Un libro, Metamorfosi, l’Asino d’oro, un mito nel mito. Questo scritto nato nel “secolo d’oro”, in un periodo dove si registra secondo Apuleio una perdita della romanitas e caduta culturale e spirituale della società dell’epoca: 2000 anni di distanza, stesso momento storico forse.
Ma anche su chi ha scritto questo mito, ci sono dubbi, forse Apuleio, forse qualcuno prima: il mito non è mai accaduto ma è sempre. Non importa chi lo ha scritto, quale “Io”, ma accade sempre e si continua a raccontare.
Un uomo, Lucio, che narrando le sue vicissitudini, pecca di curiosità, di Hybris (eccesso, tracotanza, insolenza) viene trasformato in asino e inizia ad incontrare molte difficoltà per sopravvivere, proprio come Psiche stessa.
Psiche che appare in un racconto che l’asino ascolta.
E a questo punto inizia il sogno: cadiamo nel sonno e vediamo, ascoltiamo, come la psiche si rappresenta. L’Io, il narratore, perde potere e si dissolve nel sogno e si attivano gli altri personaggi: Psiche, Eros, l’oracolo, le sorelle di Psiche, Pan, Venere, Zeus.
Tutti personaggi, che ho rifatto vivere attraverso il “corpo” dei presenti agli eventi a Tolentino. Chi voleva, o scegliendo d’istinto io, leggeva piccoli passi scelti di questi personaggi, diventando esso stesso Venere, Zeus o chi sia.
Il mito si è raccontato attraverso il mito. Le parole hanno trovato il corpo del pubblico e il mito ha fatto il suo percorso: raccontandosi. Insomma, la psiche è stata al centro, il mito è in scena.
Secondo incontro: La comunità come centro

Nel secondo incontro, connettendoci al primo, abbiamo toccato un mito appartenente a questa comunità, quella tolentinate: il mito del Ponte del Diavolo. All’inizio abbiamo differenziato il mito di Amore e Psiche, come universale, e quello del ponte come comunitario.
Ma è proprio qui il punto e le domande che ho rivolto alle persone presenti: esiste un mito comunitario? Un mito individuale? Un mito universale?
Siamo andati a vedere come in realtà il nome “Ponte del Diavolo” deriva da una leggenda comune (comunitaria ma anche universale quindi, collettiva) a tanti ponti dell’Europa o d’Italia (Piemonte, Calabria, Toscana ecc.).
Ma come prima cosa ho chiesto alla cittadinanza: cos’è una comunità? Ognuno ha dato la sua prospettiva, punto di vista: una poli-centricità.
Comunità come Polis
Polis infatti deriva da città, comunità appunto. E quello che è stato messo in scena è stata una vera e propria comunità: un’ insieme di persone riunite per rapporti sociali, linguistici, culturali, che iniziavano a ragionare sul senso di comunità stessa. La comunità si rappresentava durante l’incontro attraverso la comunità stessa.
Non c’è più (solo) un “Io”, ma una comunità, collettività. L’io non è padrone di questa situazione. E’ quello che Jung chiama inconscio collettivo, è l’aggiunta a Freud, la scoperta junghiana.
Abbiamo ragionato sulle “tipologie” di comunità: cittadina, montana, di recupero.
A questo punto ho condiviso il mio lavoro nelle comunità (migranti, psichiatrici, autori di reato, tossicodipendenti).
La comunità è vista come centro di recupero: ma recuperare cosa? Delle persone che non sono più unite per rapporti sociali, linguistici, culturali, che si isolano dalla comunità e sviluppano comportamenti e reati contro la collettività stessa. Il simile cura il simile.
Ho voluto stuzzicare sempre di più il pubblico, cercando di ragionare sulla “nostra” comunità, quella di Tolentino.
E ho chiesto: ma la comunità, per essere tale, ha bisogno di cosa?
Siamo tornati come col mito, come coi i processi psichici, come col sogno ad una risposta specifica: un Luogo, torniamo al Genius Loci.
Abbiamo seguito anche l’esempio del libro (a proposito di leggere i libri in chiave psicologica) del mio amico Marino De Crescente “Banco a Ristoro San Callisto”. Osservando come si abbia la necessità di avere luoghi dove incontrarsi, come nei bar, ma anche persone (o personaggi?) che li vivano quei luoghi. I personaggi divengono così essi stessi istituzioni (che significa regola, proposito, consuetudine).
Non luoghi
E quindi altre domande: non ci sono luoghi? Non ci sono persone/personaggi? Di cosa ha bisogno una comunità?
Di un centro. Ed esiste un centro a Tolentino? Quali sono i luoghi che viviamo?
Ma soprattutto sono “luoghi” in quanto tali?
Abbiamo letto un articolo di E.Perilli, psicologo, psicoterapeuta, presidente dell’Ordine degli Psicologi dell’Abruzzo e mio professore alla Scuola di Specializzazione, professionista che ammiro tantissimo.
Nel suo articolo e intervento “Non luoghi” sottolinea infatti l’importanza del luogo fisico. L’ho voluto inserire non tanto per lodare il professore, ma per la somiglianza della situazione descritta nell’articolo che connette due città con la stessa storia: Tolentino (miei incontri) e l’Aquila (città di origine del professore). Lette entrambe con gli occhi del post sisma e della ricostruzione di non luoghi appunto, come autostrade, centri commerciali, svincoli, aree industriali, senza dar peso al centro, la sua storia, la sua simbologia.
Quelli descritti, ma anche vissuti dai tolentinati, sono luoghi non identitari, non relazionali, non storici, insomma: non sono comunitari. E se i non luoghi non sono comunitari, allora la comunità è il luogo. La polis, le persone stesse fanno il luogo. Senza appunto personaggio, istituzione non c’è luogo.
Dice Perilli:
“Le città infatti diventano spersonalizzate e spersonalizzanti, non luoghi dove si è costretti a vivere, ma che è impossibile abitare…Le conseguenze sul piano psichico di vivere in un luogo che è impraticabile, con immagini di dolore, ferite, rotture, minacciose, di dolore, dove è impossibile rivelare la propria identità e la propria natura? Le città hanno finito per perdere forma e identità, trasformandosi da luoghi comunitari in aggregati multiformi e periferie degradate, abbandono, miseria, sovrappopolamento, assenza di servizi e condizioni di vita difficili…..Depressione, solitudine, senso di estraneità, perdita di identità e frammentazione sociale saranno i correlati psicologici dell’attuale modello di sviluppo, che costruisce luoghi privi di anima“. La città, la polis, la comunità perde il suo centro.
Giocare in squadra
Allora abbiamo provato insieme al pubblico a riprendere i nostri luoghi e dargli una lettura.
Ho giocato quindi, dividendo il pubblico in 2 squadre, ed entrambe dovevano trovare un luogo fisico (esistente) e trovare persone che lo abitassero a seconda della sua funzionalità. Un luogo non utilizzato dal Comune o che doveva essere rimesso in piedi. Dopo 15 minuti di confronto quello che mi è stato portato è stato molto interessante, la comunità presente aveva così deciso: primo gruppo luogo chiuso per eventi culturali per anziani, secondo gruppo luogo aperto e naturale per eventi artistici e musicali per giovani. La comunità, nonostante la piccola presenza di persone (12, in relazione ai 18 mila abitanti circa di Tolentino), si era divisa fortemente sulla lettura dei bisogni della comunità stessa. Erano diverse o uguali? Si può unificare? Perché un luogo esterno e uno interno?
Il ponte del Diavolo
Questo mi ha dato il collegamento alle diverse versioni del mito che volevo raccontare: il Ponte del Diavolo.
C’è la versione storica, che vede la costruzione del ponte nel 1268 su disegno di Mastro Bentivegna. Ma già questa versione ha una mancanza: non si sa se poi lo abbia costruito lui stesso o altri.
Non si sa, anche se quasi sicuramente, ci fosse un ponte precedente a questo.
C’è la versione leggendaria, mitologica: il ponte è costruito in accordo fra San Nicola (da Tolentino) e il diavolo, in cambio della consegna dell’anima del primo passante. Ma San Nicola è chiamato dal costruttore? O da u n passante? Una maga? O dal Diavolo stesso?
Ripetiamo ancora, il mito non è mai accaduto, ma è sempre.
E proprio come col primo incontro e col mito stesso, abbiamo letto questa storia come fosse un sogno.
Si attiva un’energia di conflitto: tra Diavolo e Santo, tra Diavolo e Costruttore, tra Chiesa e Stato (momento storico delle Marche dell’epoca). E come risoluzione del conflitto, un ponte.
Le immagini presenti
Ma proviamo ad analizzare ogni personaggio presente, o meglio immagine, proprio come abbiamo fatto nell’incontro, dove ogni partecipante è diventato parte integrante e attiva del racconto.
C’è il ponte, simbolo di unione, simbolo in quanto simbolo, unisce sacro e profano, divino e diabolico, Tolentino all’esterno, interno ed esterno, nord e sud: non vince né una né l’altra parte ma si collegano.
C’è un costruttore, l’Io, colui che vuole costruire ma si deve affidare ad altre forze interne, o esterne non sue.
San Nicola, un mite, semplice, ingenuo frate, vergine, che deve scendere a patti, deve sporcarsi.
Il diavolo: il male in lotta perenne col bene, con cui si scende a patti, non puoi negarlo, è Lucifero portatore di luce, il daimon che ci ricorda la nostra via.
Il cane: custode, protettore, guida al mondo infero, psicopompo (colui che manda psiche, l’anima, altre prospettive, accompagna le anime dei morti).
Ma soprattutto, c’è l’anima, necessaria al passaggio, alla risoluzione del conflitto, alla costruzione del ponte.
L’anima si serve di sé stessa per rappresentarsi attraverso un racconto. Serve una connessione, un ponte a legare corporeo e spirituale, animale e spirituale, istinto e spirito. Da questo racconto che non sappiamo chi l’ha raccontato, l’anima ci insegna a prendere gli eventi della nostra vita in maniera non letterale, ma simbolica, metaforica, psichica.
Un ponte tra questo incontro e il primo, tra dèi, santi, demoni e noi, i costruttori della nostra vita e del nostro racconto.
Ma questa storia ci insegna, che senza l’altro dentro di noi, senza la comunità, la polis psichica, non riusciamo a costruire nulla.
Terzo incontro: La montagna: centro in continuo cammino

L’ultimo incontro è stato quello più personale ma anche impersonale allo stesso tempo.
Il tema era la montagna, un’immagine tanto umana quanto no.
E la prima domanda per una discussione aperta che ho rivolto al pubblico è stata proprio: cos’è un’immagine?
L’immagine è psiche stessa, la sua materia, la sua prospettiva. La psiche è tutto ciò che viene creato, immaginato.
Il primo incontro è stato su un libro, prodotto dall’uomo, ma chi ha prodotto il mito?
Non è mai accaduto ma è sempre, ancora.
Nel secondo il ponte del Diavolo e la comunità, chi l’ha costruite?
E la montagna? Chi l’ha costruita? Il pubblico è stato spontaneo nel dire che si è costruita da sé, che l’abbia costruita Dio, il Big Bang, o è da lì sempre. Io invece direi anche che l’abbia costruita comunque l’uomo, in maniera simbolica: una volta che nasce la parola “montagna”, nasce la montagna. Il pensiero della montagna: l’immagine prende corpo e diventa montagna.
Fai la montagna
Proprio dal prendere corpo mi sono ispirato per fare un laboratorio creativo per circa 20 minuti: ho diviso i partecipanti in 3 gruppi, il primo doveva descrivere la montagna attraverso parole (narrate, scritte, in poesia, a voce ecc.), il secondo fare la montagna utilizzando solo il proprio corpo, il terzo utilizzando il materiale (altro corpo)a disposizione nella Biblioteca. E’ stato molto divertente vedere le persone tornare bambini e giocare la montagna.
Ho diviso le persone che avevo iniziato a conoscere durante i 3 incontri secondo un po’ le caratteristiche in gruppo ed è stato interessante osservare. Nello specifico le persone che parlavano poco, le ho fatte esprimere a parole e ne hanno scelte poche ed elencate per descrivere la montagna, dando il primato ad una su tutte. Le persone che intervenivano più spesso le ho messe nel lavoro col solo corpo, ed in effetti sono venute fuori delle resistenze, osservando anche come non sono riusciti a lavorare col solo corpo ma dovendo utilizzare altri accessori personali e utilizzando il movimento per un’immagine stabile, ferma, come la montagna. L’altro gruppo ha lavorato con sedie e libri, non spingendosi troppo in là e dandosi limite all’utilizzo dei corpi esterni.
Abbiamo visto poi insieme come la parola montagna sia totalmente archetipica: etimologicamente infatti sembra sconosciuta l’origine, è l’origine stessa, è l’immagine, è psiche. A livello simbolico infatti rappresenta il centro del mondo, il ritorno al principio, la manifestazione del sacro e divino, il mezzo per ascensione al cielo. E’ aria, spirito, sono gli Dei che vanno ad incontrare l’uomo.
Le montagne
Siamo andati a ricercare degli esempi di montagne simboliche e importanti nella storia. Il monte Olimpo, inaccessibile agli esseri umani, dimora degli Dei. Il Golgota, calvario di Gesù, del suo corpo che trascende ad anima. Il monte Sinai, dove Mosè riceve le tavole della regolamentazione dell’umano col divino, le leggi di Dio. Il Monte Purgatorio dantesco, su cui si erige il Paradiso. Fino alla Sibilla, monte simbolo della nostra parte di Appennino, su cui sono nate infinite leggende, infiniti miti.
La montagna è stato il nostro luogo, il nostro centro. E’ al centro dell’Italia, la divide verticalmente, la delimita al Nord.
La montagna si è mossa milioni di anni fa e continua a muoversi, e lo ricordiamo bene con gli eventi sismici.
Essa è nata dai sotterranei, dal centro della terra, dalle placche: gli archetipi terreni. Esiste da sempre e anche prima di noi, continua a camminare e noi su di essa.

Il cerchio
Il luogo è cambiato con noi. Nel primo incontro, lo spazio era quello di una biblioteca, discutendo di un libro. Nel secondo era il Ponte del Diavolo stesso, che ci accerchiava. Nell’ultimo è il centro stesso, del mondo, e noi siamo al centro. Siamo nel centro Italia, nel centro delle Marche (unica regione “polis”) , a pochi km da quello che gli antichi chiamavano “lu centru dellu munnu” (Foligno, nelle cartine romane).
Siamo diventati noi il centro, dentro il cerchio.
Le persone presenti qui hanno fatto un cerchio, lo stesso che utilizzo come partenza per le uscite che organizzo in montagna con comunità, persone, camminatori.
Un cerchio di persone con una al centro, per chi vuole. In silenzio. Osservando tutti i componenti uno ad uno, ognuno con le sue specificità, diversità, unicità. Guardare fuori ciò che è dentro: l’altro, gli altri.
Non sono “Io” che cammino, ma la montagna che mi fa camminare. Ritorno al principio, ritorno al centro, proprio come nel cerchio ognuno lo fa col proprio corpo e senza le parole.
Fuori l’Io
E dopo il cerchio, ho lasciato l'”Io” fuori, facendo narrare a chi è venuto ad un’uscita di montagnaterapia l’esperienza.
Ha parlato Diletta, la mia compagna conosciuta proprio camminando. Giorgio, un ex utente di una comunità dove lavoravo e con cui ho camminato per mesi. Ha parlato Gianluca, amico e guida ambientalistica a cui mi sono sempre affidato per ogni progetto.
La montagna ci ha curato col suo racconto. La montagna ha fatto terapia, non noi, non io.
La terapia diventa tale solo quando curiamo il senso di curare, assistiamo il senso di assistere, diventiamo terapeuti della terapia. Ma non siamo noi a guarire l’altro.
E’ la cura che cura. E’ la psiche che cura da sé. Dobbiamo essere servi della psiche, prendercene cura.
La montagna cura. E’ lo Spirito, il divino che ci parla, che prende corpo, e ci serviamo di essa per vedere l’anima, la psiche. E’ l’immagine della montagna che ci cura. Serviamo la montagna, stiamo attaccati alla montagna e quello che ci offre, questa è terapia. Servire l’immagine della montagna, e non cercare di curarla. E’ inutile conoscere le fasi geologiche della montagna, la stella alpina o qualsiasi cosa, senza comprendere questo in relazione a noi. Senza farci muovere, senza farci curare.
La fine è fine: centro
Il poeta romantico Keats dice che “è la valle il luogo del fare anima”.
Si riscende a valle, e si racconta ciò che lo Spirito ci ha detto, quello che gli Dei dicono.
Sono risceso a valle a Tolentino e ho provato a raccontare la mia esperienza. Torno sporco, sudato, bagnato come quando a fine camminata siamo zuppi per la pioggia presa.
Camminando ho trovato il mio ruolo, quello dello psicologo che ho cercato di raccontare in questi tre incontri. Camminando si scoprono nuovi luoghi, ogni volta scopriamo qualcosa di diverso.
Aggiungiamo prospettive.
Eppure, non ci siamo mai mossi.
Siamo stati sempre lì, fermi, al centro
Matteo Salvucci
Ringraziamenti
In ultimo, ma non per importanza, ringrazio tutte le persone e associazioni che hanno reso possibile questi incontri.
Ringrazio in primis tutte le persone che sono venute, ri-venute, tornate agli incontri, i veri protagonisti.
Diletta, compagna di vita e grafica delle locandine degli eventi.
Un grazie al Comune di Tolentino e l’Assessore Lucaroni per avermi concesso lo spazio e l’Assessore Aloisi, spinta portante del contatto con le istituzioni.
Ringrazio la Biblioteca “Letture in Centrale” e tutti i collaboratori. Paolo presente a tutti gli incontri, Martina che mi ha aiutato con la pubblicità nei social, Mattia per il sostegno iniziale e per esserci stato alla chiusura.
Grazie all’associazione “Tolentino Arte e Cultura” ed in particolare nella figura di Chiara, presidente e persona molto disponibile e che ha fissato il tutto.
Ringrazio l’Associazione “Liberamente”, con cui collaboro ed ho lo studio, il Genius Loci del mio ritorno da professionista nella mia città.
Bibliografia
- Apuleio (II secolo): Metamorphoseon libri XI (“La Metamorfosi-L’Asino d’oro”, Mondadori, Milano, 2006)
- Chevalier J., Gheerbrant A. (1969) : Dictionnaire des symboles : Mythes, rêves, coutumes, gestes, formes, figures, couleurs, nombres, Éditions Robert Laffont, Parigi (“Dizionario dei simboli” Rizzoli, Segrate, 1999)
- Croce E.B. (1990): Il volo della farfalla, Borla, Roma (2010)
- Graves R. (1955) Greek Myths, Penguin Books, Londra (”I miti greci”, Longanesi, Milano, 1992)
- Hillman J. (1996): The Soul’s code, in search of character and calling, Random House, New York City (“Il codice dell’anima, carattere, vocazione, destino” Adelphi, Milano, 2009)
- Hillman J. (2008): The animal kingdom in the human dream;Going bugs;The elephant in “The garden of eden”, (“Presenze animali”, Adelphi, Milano 2016)
- Kerényi K. (1958): Die Mythologie der Griechen , (editore?) (“Gli dèi e gli eroi della Grecia. Il racconto del mito, la nascita della civiltà” Il Saggiatore, Milano, 2015)
- L’universale (2003): Simboli, Le Garzantine, il Giornale, Milano (2004)
- Pastoureau M. (2010): Les Animaux célèbres, Arléa, Parigi (“Animali celebri. Mito e realtà” Giunti, Firenze, 2010)
Link
Per vedere il libro e il pensiero di Perilli:
https://www.ilcentro.it/l-aquila/i-non-luoghi-nel-volume-del-prof-perilli-1.2164702
Per approfondire sulla montagnaterapia:
https://www.drmatteosalvucci.it/riflessioni-sulla-montagna-terapia/





