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Che cos’è uno psicologo scolastico? Perché la scuola ha sentito il bisogno, come ente, di avere uno psicologo a scuola? Cosa fa lo psicologo scolastico?
Sono domande che evidentemente il mondo si fa in questo periodo storico-culturale.
Con mondo intendo il ministro dell’Istruzione che, vedendo che una figura professionale prende spazio in vari settori, decide di inserire lo psicologo anche nel settore scolastico. Parlo dei presidi che vedono bandi per lo sportello d’ascolto scolastico e decidono di aderire a 30, 40, 50 ore per gli alunni dell’istituto che pre-siedono. I professori che ripetono fortemente “c’è bisogno dello psicologo a scuola”. Gli studenti che chiedono il colloquio con lo psicologo, incuriositi da questo nuovo personaggio con occhiali neri e la ventiquattrore. I ragazzi lo fanno, un po’ perché glielo ha detto la mamma, un po’ perché i professori a scuola dicono che non riescano a stare fermi.
Ritengo però che, per il ruolo che ricopre (non solo a scuola), debba essere lo psicologo stesso a chiedersi cosa ci stia facendo lì dentro.

“Io”, psicologo, come psicologo scolastico
Caso vuole che chi scrive, io (anche se siamo fatti di tanti io, potremmo chiamarlo “io scrittore di psicologia” questo), sia psicologo. E caso vuole che sono stato chiamato a fare proprio lo psicologo a scuola con laboratori, attività gruppali, sportello d’ascolto, sportello d’orientamento, insomma: lo psicologo scolastico.
Quell’io riflette sempre molto: pensa a ciò che sta facendo, si osserva da lontano, immagina cosa andrà a fare, poi decide di mettere in azione ciò che pensa sia meglio per dare nutrimento alla sua professione, quella psicologica.
Proprio per questo mi ripeto spesso che è importante avere una definizione chiara di psicologo e della sua materia, la psicologia, per poter continuare a parlare e parlarne.
La psicologia è ,letteralmente, il logos della psiche, il discorso o racconto della psiche. Essendo però una disciplina in cui soggetto e oggetto coincidono, potremmo dire sulla, della, nella psiche.
Lo psicologo è dunque, di conseguenza, colui il quale ha elaborato un logos della psiche, un suo vocabolario, una logica, un suo racconto.
Questa definizione non è mia, eppure è mia. E’ mia perché penso sia importante avere una propria prospettiva sul proprio lavoro. Non è mia perché, essendo appunto psicologo, la psicologia e lo psicologo non è (soltanto) una definizione.
Questo perché la psiche (il nostro oggetto di studio) è una prospettiva, una modalità di vedere in trasparenza ciò che ci accade. Per trasparenza intendo vedere gli eventi in maniera metaforica, attraverso l’immaginazione, rendendo il nostro racconto che chiamiamo vita un mito, il nostro mito, il nostro racconto.
Genius Loci: il luogo della formazione
Ogni buon mito, racconto, leggenda che si rispetti, parte da un luogo che può essere anche psicologico, quel “C’era una volta”.
Il genius Loci, dicevano gli antichi, era il punto di partenza sia quando si narra la propria storia, sia quando si narra un sogno. Anche oggi, quello che viene chiamato anche in tante psicologie contesto o ambiente, risulta sempre centrale nella rilettura della storia di un individuo, in particolare nel suo ruolo di paziente.
Quando si analizza un sogno archetipicamente si parte sempre dal contestualizzarlo, di comprendere come e dove le energie si rappresentano. Una casa in campagna è diversa dalla casa al mare, la camera da letto è diversa dal bagno. Un giardino di Roma è diverso dal giardino di Montefortino. E’ quindi il luogo che cambia il racconto. Ma è anche il racconto che fa il luogo. Quando ascoltiamo “C’era una volta” ci aspettiamo sempre un luogo passato.
E’ anche lo stesso luogo che costruisce i personaggi. Se siamo in un castello ci aspettiamo di conseguenza una principessa al suo interno, imprigionata. Ci potrebbero essere anche un drago e un principe.
Questo contestualizzare, questo premere sul genius loci, riguarda anche il luogo sacro della formazione. Il luogo fisico (e non solo), l’edificio che la società e la collettività o meglio ancora lo Stato, i Comuni hanno deciso di costruire per formare l’individuo alla cultura del collettivo.
Scuola onirica
La scuola, anche dal punto di vista onirico (tutte le tipologie di scuola), è da sempre analizzata come il luogo di formazione, il posto dove l’Io si forma, si adatta alle regole sociali del mondo per poi tornare nel mondo a adattarsi invece al mondo stesso, plasmando però la propria figura e forma. L’azione della forma sulla Forma.
E quindi se nel castello ci sono principi e principesse, nella scuola ci sono studenti e studentesse, preside, docenti, bidelli (sono più innamorato di vecchi termini, mi scuseranno gli operatori scolastici che non ci si ritrovano).
E lo psicologo? C’è nella storia uno psicologo a scuola? Perché non se n’è mai parlato? Quale è il motivo per cui il suo ruolo, il suo personaggio non è stato mai inserito in questo racconto? Perché la sua forma, non è entrata mai in azione, nel luogo della formazione?

Psicologo a scuola: che personaggio è?
Lo psicologo sicuramente, come personaggio, non nasce dentro la scuola. Eppure è una delle professioni che si forma di più, che a scuola sta di più e forse ora sta trovando il suo luogo ma anche ruolo.
Il ruolo dello psicologo è quello della guida, di orientare la persona verso il suo percorso di formazione (processo di individuazione), lasciando aperto lo sportello in ascolto dell’anima, della psiche, osservando come, all’interno di noi, esistono gruppi di persone, personaggi (complessi direbbe Jung) che hanno una propria dinamica autonoma sempre in attività.
Come sembra calzare a pennello questa descrizione (anche se la psicologia non descrive solo, racconta) con le attività assegnate a noi psicologi scolastici non è vero?
Ma attenzione, Jung, uno degli psicologi più importanti della storia della nostra disciplina (che si è formata in e con lui), ci mette in guardia: non possiamo portare il paziente più in là di dove siamo stati noi.
Ed ecco che per formare, dare forma alle immagini nel luogo della formazione, bisogna esser stati formati ed essersi trasformati.
Serve lo psicologo a Scuola?
Ritengo sia necessario lo psicologo a scuola ma, d’altra parte, anche inutile.
Penso sia necessario aiutare il personale scolastico a formare gli alunni ad essere tali. Ma questo è possibile solo se lo psicologo si sia formato esso stesso nel percorso dei suoi studi, abbia fatto esperienza di ciò che poi andrà a “toccare” con ogni ragazzo e orientarlo nel mondo. Forse il detto “siamo tutti un po’ psicologi”, che mi fa sempre molto arrabbiare, in questo racconta bene. L’insegnante deve ricordarsi di come abbia imparato, così che possa insegnare. L’operatore scolastico (correggo: il bidello) deve mettere ordine, pulizia in sé, prima di pretenderlo dalla scuola e dai ragazzini che la fanno fuori dal vaso (in tutti i sensi). Il personale scolastico deve quindi essere aperto ed accogliere una nuova figura che possa guidarli dove il mondo, le istituzioni, ritengono che manchi la guida stessa.
È però inutile avere lo psicologo a scuola se in primis non si crede nel valore della psiche, nel guardare oltre, nello sguardo in trasparenza verso l’anima ed il carattere unico e particolare di ogni ragazzo.
Non serve a nulla aprire lo sportello d’ascolto e non riuscire ad ascoltare (ascoltarsi e ascoltare gli altri).
È inutile se, il professore, non comprende come il più grande insegnamento che può dare è quello che può imparare da chi è suo alunno. È inutile se non mostriamo noi la nostra forma, se non la conosciamo. E’ inutile se, il bidello (sì, ormai ho deciso di prendere una posizione), non capisce che ogni ragazzo ha i suoi tempi e non può sgridare tutte le mattine allo stesso modo, Marco (nome fittizio), che arriva sempre alle 8,06, dopo il suono della campanella. Chissà cosa Marco debba posticipare per permettersi di entrare a scuola. O se il ritardo è dettato da lui, o da una madre o padre ritardatari.
Lo sguardo psicologico è quello dell’essenza, del guardare il mondo per quello che è. Essere formati alla Forma del mondo. L’arancia non è perfettamente rotonda. Marco non è perfettamente puntuale, eppure, è Marco.
Finale:

La scuola è il luogo della formazione
Questa ultima foto è quella di un corridoio di una scuola, vuoto.
Se vi fermate ad osservare potete formare la vostra immaginazione e vedere il ragazzo col panino tra i denti, le ragazzine innamorate che guardano il belloccio della scuola, lo scambio di battute, il baratto di merende, i bronci, il bidello che urla di non allontanarsi al ragazzo vivace della scuola.
Quello che si forma è l’immagine. Ognuno di noi ne ha una. Ogni persona prende forma, la sua. Serve spazio, tempo, ma si forma.
Bibliografia:
- HILLMAN, J., 1972, Il mito dell’analisi, Adelphi, Milano (MI), 1991
- HILLMAN, J., 1977, Fuochi blu, Adelphi, Milano (MI), 1989
- HILLMAN, J.,1996, Il codice dell’anima, carattere, vocazione, destino, Adelphi, Milano, 2009
- HILLMAN, J., 1975,Re-visione della psicologia, Adelphi, Milano (MI), 2019
- HILLMAN, J. 2010, Psicologia Alchemica, Adelphi, Milano (MI), 2013
- JUNG, C. G., 1936, Sull’archetipo con particolare riguardo al concetto di Anima, in Opere, vol. 9, Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Boringhieri, Torino (TO), 1980
- JUNG, C.G., 1912, Simboli della trasformazione, Bollati Boringhieri, Torino (TO), 2012





