Antique dotprinted photographs of Italy: Amore e Psiche (Canova)
Introduzione
Il mito è la forma di rappresentazione più adatta al racconto psicologico. Esso si è radicato nella cultura e fa’ da sfondo archetipico all’esistenza umana. Cultura deriva da “coltura”, “coltivare”. Per fare cultura bisogna lavorare duramente, sporcarsi. E’ quello che fa Psiche all’interno del mito. In questo articolo proveremo a leggere un libro, un racconto, gli eventi in modo psicologico.
Metamorfosi
Il libro è quello di Apuleio, “Metamorfosi-L’asino d’oro”, non un libro di psicologia ma molto più psicologico di tanti manuali di psicologia che puntano alla standardizzazione della psiche. Le domande che mi sono fatto durante la scrittura di questa ri-lettura del mito, sono connesse alla psicologia e alla sua modalità di raccontare e raccontarsi. Cosa sappiamo di psicologia? Quale è il punto di vista della psicologia? Cosa dovrei fare io, da psicologo? Cos’è la psiche? Andiamo per ordine: psicologia, letteralmente il logos della psiche, il discorso, racconto della psiche. Ma la psicologia è la disciplina dove soggetto e oggetto coincidono. Quindi racconto sulla, della, nella psiche. E allora chi è uno psicologo? E’ colui il quale ha elaborato un logos della psiche, un suo vocabolario, una logica, un suo racconto. Jung affermava che non possiamo portare il paziente dove non siamo stati prima noi. Ma la domanda centrale di questo articolo: che cos’è la psiche? E poi chi è Psiche? E’ una prospettiva, una modalità di vedere in trasparenza ciò che ci accade. Per trasparenza intendo vedere gli eventi in maniera metaforica, attraverso l’immaginazione, rendendo il nostro racconto che chiamiamo vita, un mito, il nostro mito, il nostro racconto. Cercare di afferrare Psiche: una ragazza leggera, che cerca a sua volta di afferrare Eros, Cupido, Amore. Sembra sempre che la nostra vita ci sfugga. Qui proverò a illustrare la mia prospettiva sulla psiche. Sallustio dice che il mito non è mai accaduto ma è sempre. Il racconto quindi cambia sempre a seconda della prospettiva da cui la guardiamo. Siamo noi, attraverso la nostra psiche, la nostra prospettiva, ognuno con la sua a raccontarlo.
Genius Loci
Partiamo dal “genius loci”, come quando analizziamo un sogno, anche perchè il racconto mitologico per eccellenza, e psicologico, è proprio il sogno. Proviamo a trattare il mito di Amore e Psiche come fosse un sogno. Esso è’ un mito nel mito, una storia che si inserisce in un’altra storia, quella di Lucio, che ad un certo punto ascolta la storia di Amore e Psiche con le sue orecchie da asino, dentro uno scantinato, dalla bocca di una donna. “L’Asino d’oro”, viene scritto nel “secolo d’oro”, un secolo scandito (il primo) dalla mancanza di guerre e combattimenti, dalla perdita della “romanitas” come dice Apuleio stesso, una caduta culturale e spirituale nella società dell’epoca, dove Roma perde il suo centro a favore di tante colonie disparse, che però non riescono a dare più un senso di appartenenza culturale e profondità di pensiero e scrittura. Per questo lo sento attuale, con l’assenza di conflitti da ottant’anni nel suolo italico, e una decadenza culturale non meno grave. Le protagoniste sono le vicissitudini di un uomo, Lucio, che per sbaglio, peccando di curiosità, di “Hybris” (eccesso, tracotanza, insolenza nei confronti degli Dèi) viene trasformato in asino (animale sacro per i romani) e inizia a vivere molte difficoltà per sopravvivere, dovendo superare diverse prove, essendo trasformato dall’animale più terreno. Proprio come Psiche deve sporcarsi ed entrare nel mondo, Lucio si trova a essere rincorso, rubato, venduto, usato.
Il narratore, il protagonista, l’Asino, Lucio: L’Io
Non c’è racconto senza un personaggio principale. Non c’è vita, psichica, senza chi la racconta. Chi racconta la nostra vita? Serve l’Io, serve un narratore. Altrimenti staremmo parlando di psicosi. Proprio come questi racconti di Apuleio, di dubbia provenienza, ma sicuramente raccontati, accaduti. Ancora non sappiamo ufficialmente quando e chi ha scritto per primo il mito di “Amore e Psiche”, Apuleio dice di averlo trovato altrove. Il mito non è mai accaduto, è sempre. Ma chi è il narratore? E’ Lucio? Luciano (altro nome possibile di un precedente libro “Metamorfosi”)? L’asino? La signora? Psiche? Non sappiamo chi ha scritto il mito. Come nella nostra vita, raccontiamo tanti fatti, ma sono veramente accaduti? O è solo un nostro racconto? Ogni volta che lo raccontiamo cambia, come il sogno. Ma adesso lo raccontiamo noi, siamo noi i narratori, io che lo scrivo, voi che lo leggete, le persone che hanno partecipato agli incontri su questo tema, ma soprattutto tutti i personaggi di Amore e Psiche. Senza noi è tutto diverso, ma accade allo stesso modo. Chi è il narratore? Il racconto inizia come tutti i racconti: “C’era una volta..”
E’ tutto già scritto: l’oracolo di Apollo
Psiche è una ragazza bellissima, che tutti vogliono vedere, ma nessuno riesce a chiederle la mano per la sua bellezza. Venere stessa diventa gelosa, dato che i suoi templi non erano più venerati, ma tutti veneravano Psiche, una donna, non una dea. Afrodite invia Eros, suo figlio per cercare di cogliere Psiche. I genitori di Psiche, hanno altre due figlie, sposate. Avere una figlia non sposata significava avere una figlia che non serve, non esiste nel mondo. Gli esseri umani sono chiamati per generare e dare vita ad altri esseri umani, Psiche non aveva ancora aderito a questo compito. Come si usava in quell’epoca, disperato, il padre si rivolge all’oracolo, una voce apollinea che parla metaforicamente e parla del futuro della giovane fanciulla. Quello che dice l’oracolo è difficile da digerire per un genitore. Qui Apuleio fa’ comprendere come un racconto, preso letteralmente patologizzi, cristalllizzi, blocchi, fermi e spaventi: il sintomo.
“Conduci tua figlia, o mio re, in vetta ad un altissimo monte, e vestila d’oro e d’argento per un luttuoso imeneo. Non devi aspettarti uno sposo cresciuto da stirpe mortale, ma un fiero, vipereo mostro, che alato svolazza nei cieli, portando con ferro e con fuoco fatica e tormento al creato. Lo teme il gran Giove, e i numi ne provano vero terrore; e al fiume e alle tenebre stigie infonde spavento e orrore”
Sembra una previsione di morte e sciagura. Ma questo sposo non è mortale, cos’è quindi? Un mostro, alato nei cieli, e porta tormento a tutti, che sembra spaventare anche Giove stesso. Vi dice qualcosa? Andiamo a scoprirlo insieme.
Psiche e gli incontri con Eros
Psiche, come scritto nell’oracolo, viene portata sul monte ed invitata a gettarsi di sotto, ma arriva Zefiro, aiutante di Cupido, che la porta, addormentata, nel regno del Dio Amore. E’ qui che nasce l’amore tra Psiche e Amore stesso, in un gioco tra il giorno e la notte. La fanciulla infatti si innamora dell’immagine di Eros, dato che il Dio (Psiche non sa chi sia), si palesa solo la notte, al buio, e i due (Apuleio li descrive bene) si danno ad infiniti e piacevoli amplessi. Psiche sente solo la voce di Cupido, è innamorata di questa voce, ma le voci, la più frequente tra le allucinazioni psicotiche, sono anche pericolose, basti pensare ad un altro mito, quello di Orfeo e Euridice. Tra solitudine, mancanza dei genitori, voci, niente corpo, niente azione, Psiche piange tutte le notti e si dispera. Psiche ha bisogno del corpo di quei pensieri, e insiste col suo innamorato per rivedere le sue sorelle:
“Morirei cento volte, piuttosto che perdere i tuoi dolcissimi amplessi! Chiunque tu sia, io ti amo, e ti voglio bene come all’anima mia, e neppure con lo stesso Cupido ti scambierei! Ma ti prego, concedimi anche quest’ultima grazia: fa che il tuo servo Zefiro porti qui anche le mie sorelle come ha fatto con me!”
Si parla di anima, si parla di segreto, si parla di Cupido. Psiche lo sa, come non lo sa. Il mito non è mai accaduto, è sempre. Il racconto continua con le insistenze di Psiche e le preoccupazioni di Eros, che però le comunica che è incinta che “presto la nostra famiglia crescerà…Se manterrai il nostro segreto, sarà un dio; se lo tradirai, sarà un semplice mortale”. Restare nel segreto dell’altro, cercando però di scoprirlo, è questo l’amore per l’altro, dentro e fuori di noi, l’immagine. Siamo spinti a conoscere, accettando però, che non riusciremo mai a conoscere davvero. Altrimenti peccheremo di “hybris” appunto, come fa Lucio, come sta per fare Psiche. La fanciulla innamorata allude ancora alla conoscenza:
“Almeno io possa conoscere il tuo volto nel nostro bambino!…il tuo volto, non lo voglio vedere: ormai non mi offendono più neppure le tenebre della notte. Io ho te, e tu sei la mia luce!”
Una dichiarazione d’amore vera e propria all’immagine del dubbio, all’immagine mortifera, all’immagine del mondo infero direbbe Hillman. Conoscere qualcuno a secondo della sua proiezione, del suo prodotto. Psiche è spirito, e come tale prova a volare e far volare Zefiro alla ricerca delle sorelle.
Le sorelle di Psiche
Le sorelle vanno a trovarla più di una volta, e osservano come Psiche, raccontando del suo sposo, cambi sempre racconto: il racconto psichico non è mai uguale a sè stesso. Le “soror” si insospettiscono e comprendono che forse “se non conosce la faccia del marito, vuol dire che ha sposato un dio…se diventa madre di un bimbo divino, io corro ad impiccarmi!”. Le sorelle invidiose quindi insospettite, insospettiscono Psiche dicendole:
“Abbiamo saputo con sicurezza, e non te lo possiamo nascondere, dato che il tuo doloroso destino è anche il nostro, che quello che di notte viene segretamente nel tuo letto è un terribile drago…ricordati l’oracolo di Apollo!”
Ecco, ricordiamolo anche noi. Ecco il “mostro alato”, ecco, quello che per Hillman viene concepita come letteralizzazione: ossia il prendere concretamente le cose per quelle che sono, senza vederle dal punto di vista psichico: è qui che le sorelle forzano Psiche.
La centralità di Psiche: il centro
Le sorelle convincono Psiche ad agire di furbizia, e cercare di scoprire chi o cosa sia quello che lei chiama sposo. Le suggeriscono di prendere un pugnale, “una lucerna piena d’olio che faccia molta luce”, entrare di notte in modo furtivo e cercare di illuminare il viso, la faccia, del suo amato. La leggera fanciulla segue i consigli e illumina il volto della “bestia più dolce e mite di tutte le fiere, Cupido in persona!”. Psiche si ferma ad osservare. Non riesce a crederci, eppure è lo è, è Cupido. La ragazza però non riesce a fermare la sua curiosità, e come succede agli uomini che sfidano gli Dèi, si ferisce, con una freccia dell’Amore. E’ qui, quello che secondo me è il punto centrale, il passaggio psichico per eccellenza del mito:
“E così, senza saperlo, Psiche si ferì da se stessa con l’amore di Amore. Allora, più che mai ardente e cupida di Cupido, si chinò su di lui con le labbra socchiuse, e si affrettò a dargli tanti arditi baci, nel timore che il suo sonno, non durasse più a lungo”
La maestria e il gioco di parole è massimale. L’amore che trasudano queste parole è necessario per questo racconto. Psiche, si è ferita di psiche: il sintomo sta venendo fuori, e noi siamo nella psiche e nelle sue immagini.
HILLMAN, J. (1996): The Soul’s code, in search of character and calling, Random House, New York City (Trad.it: “Il codice dell’anima, carattere, vocazione, destino” Adelphi, Milano, 2009)
HILLMAN, J. (1975), Re-visioning Psychology, Harper & Row, Manatthan, New York, (Trad.It: Re-visione della psicologia, Milano, Adelphi, 2019).