
Lo Psicologo nelle Scuole
Marzo 30, 2025
“Psicomitologia”: la psicologia archetipica
Dicembre 18, 2025Alle scuole elementari la maestra, durante la pausa estiva, ci dava il compito di tenere un diario su ciò che facevamo giorno per giorno. In più ci chiedeva di inseguire il nostro sogno, e capire cosa avremmo voluto fare da grandi e cosa stavamo facendo per raggiungere questo sogno.
Certo è passato del tempo e, forse, lo sto rileggendo ora in questo modo, da adulto che guarda indietro o meglio vede ora ciò che era ma stando nel ciò che è. E’ come un sogno, e il sogno è di quando si racconta. E questo era un modo per raccontare i nostri sogni.
Il mio sogno (non onirico, eppure sì allo stesso modo) era quello di diventare o un calciatore (molto banale) o un commentatore, un telecronista del calcio.
Nel giardino della mia casa in campagna erano sempre molto presenti le fantasie del Puer, del bambino che svolazza. Come esso, io volavo tra un palo e un altro, o meglio, tra un albero ed un altro (non avevamo mica un campo da calcetto regolamentare!). Ero sempre vestito allo stesso modo: guanti giallo-blu, scarpette, calzettoni, pantaloncini tutti e tre color nero, maglia rosa-nero di Gianluigi Buffon della Juventus (confesso, sono juventino o forse lo ero).
Il mio sogno si personificava. Io non imitavo Buffon, lo ero. Il mio idolo era lui, il mio sogno giocare come lui. Spoiler: non lo sono diventato, almeno calcisticamente. Eppure in quel giardino mi sono sentito sempre lui, sempre “Gigi”, non Matteo e forse proprio per questo mio crederci mi chiamavano tutti “portierone” (modestamente ero molto bravo, poi le porte sono cresciute e sono diventato meno bravo e non mi divertivo più). Proprio per questo mettermi nei suoi panni (letteralmente direi) riuscivo a imitarlo e a sentirmi lui. Questo mi faceva sentire forte e sicuro.

Ma per chi è cresciuto in campagna e ha dovuto giocare con la fantasia (e col pallone), comprende bene come, quando eravamo in tantissimi, bisognava creare un torneo e non si riusciva a giocare sempre, a stare in mezzo al campo. Le squadre del torneo facevano spesso da eco alle grandi partite che vedevamo in TV, e che sognavamo avverarsi. Una in particolare: Italia-Brasile. Il catenaccio, la stabilità difensiva, contro l’offensiva e la creatività. Avevo naturalmente anche la maglia di Ronaldo, “quello vero” potreste dire, eppure è proprio di verità e imitazione che si parla in questo articolo.
Perché sì, quando non giocavo, mi dovevo reinventare e allora prendevo un altro ruolo: ero il commentatore, il telecronista della partita che si giocava.
Per questo ruolo non avevo dubbi. La voce che imitavo, il tono, il ritmo, le parole, la lentezza, la gioia era quella di una sola persona, un idolo, un sogno: Bruno Pizzul.

Bruno Pizzul: la voce da imitare
Questo articolo si propone di parlare di lui, senza parlare di lui.
Già da questa premessa si comprende come Bruno Pizzul abbia lasciato il segno, come si sia ben mimetizzato.
Ma è proprio attraverso la voce, la retorica di Pizzul, che la mimesi si autorappresenta. Non è quindi Pizzul a essere imitato, ma la mimesi, l’imitazione, che si rappresenta attraverso il telecronista friulano, imitando sé stessa.
E’ un concetto difficile, che si camuffa, che va compreso come se fossimo un camaleonte. Ecco, “come se”, parole chiave (e modalità di visioni) del punto di vista metaforico e quindi psicologico per eccellenza.
Bruno questo senso di mistero ce l’ha già nel nome: Bruno infatti significa “di colore scuro”, persone oscure, straniere, che non si riuscivano a comprendere, da carnagione tra il marrone e il nero, a metà. Strano per un friulano.
Pizzul infatti nasce in una regione di confine, il Friuli Venezia Giulia, tra l’Italia e paesi esteri, che ha in sé la fusione tra due regioni diverse che si camuffano insieme. Nasce e muore in questa regione, a distanza di tanti anni, ma pochi giorni (nato l’8 marzo, morto il 5). Nasce a Udine, muore a Gorizia, due diverse provincie della stessa terra.
Vita e morte si mescolano, diventano la stessa cosa.

La vita di Pizzul è quella di un italiano mite, appassionato, acculturato, signorile ma di un’umiltà unica. Insomma, anche il suo vissuto è una di quelle storie che tutti vorrebbero imitare, e che riscaldano il cuore.
Ma l’unicità di Pizzul è la sua molteplicità, come la regione da cui deriva, come le partite che ha commentato.
Infatti ritengo che esistano tantissimi Bruno Pizzul. Se chiedete a qualsiasi imitatore da dove è partito, probabilmente, ci scommetto, vi dirà il nome della voce friulana più famosa.
Pintus (per dirne uno), storico comico di noti programmi televisivi, è stato uno di quelli a fissare più il suo personaggio, a proporlo continuamente e assiduamente. Per non parlare di Gianfranco Butinar a mio avviso un maestro dell’imitazione comica che ci ha lasciato poco fa. In realtà lo avevo già citato e scritto in questo articolo, e durante la stesura di tale articolo è venuto a mancare. Sono stato molto colpito dalla sua morte improvvisa proprio quando ero a contatto con la sua immagine, la sua arte, la sua mimesi. Mi è dispiaciuto molto, ma penso che sia stato un messaggio dell’anima, che come sempre, ha il suo di racconto, e noi possiamo solo rispettarlo.
Comunque la voce di Pizzul continua ad entrare in tutte le case d’Italia, con Pintus ridono, con l’originale si soffre, si gode, ci si emoziona, urla, piange.
Questo articolo, oltre che per ricordare con commozione il calcio vero (sono romantico), nasce da una domanda che mi sono fatto, e che ho voluto seguire nella profondità dell’immagine di Pizzul e onorarlo a mio modo, psicologicamente: perché sono corsi tutti a imitare Bruno Pizzul, ma poi quando è morto, nessuno lo ha voluto imitare, ricordare?
O almeno, sono stati tanti ad accorrere al suo funerale, tanti i messaggi social, ma per qualche motivo (forse è tutto mio e dovrò vederlo in terapia in caso!) un personaggio così importante è finito facilmente nel dimenticatoio. Dico questo perché, la mancanza di osservazione del minuto di silenzio nei campi di serie A per la voce che ha accompagnato i calciatori nelle case degli italiani per anni, oltre che fatto discutere milioni di telespettatori e appassionati del calcio, ha fatto un po’ arrabbiare anche me, non ho sentito rispetto verso questa persona e verso questa immagine che ha portato cara con sé. Voglio rendere onore grazie anche a questo articolo.
Chi è stato questo grandissimo telecronista italiano un po’ l’ho scritto, un po’ già lo sappiamo.
Per rispondermi al quesito che mi sono posto in modo completo, come spesso succede, me ne sono dovuto porre un altro: cosa significa imitare?
Mimesi: cosa significa imitare?
Per parlare di mimesi, imitazione, dobbiamo utilizzare aree diverse: dalla comicità allo sport, e spostarci su zone più profonde e radicate della nostra cultura come l’etimologia e la filosofia.
Se partiamo dal termine mimesi, (dal greco mìmesis) intendiamo riproduzione, imitazione, collegato a “rappresento” e “attore”, potremmo dire “rappresentazione teatrale”. Jung utilizza in più occasioni il paragone tra il teatro e la psiche. Definendo la psiche un teatro in cui è in scena l’inconscio collettivo e tutti i suoi componenti, ossia gli archetipi.
In questo teatro, gli archetipi sono tutto ciò che compone la rappresentazione teatrale: gli attori, il palco, le sedie, la platea, il sipario. Quindi noi, in quanto esseri psichici, siamo tutto ciò: siamo l’attore protagonista (l’Io), le luci, il coro, il pubblico. E quindi mimesi e psiche sono totalmente connessi, proprio come tutti i personaggi intrapsichici sono in relazione tra loro. Imitare vuol dire quindi rappresentare psicologicamente. Quando infatti imito un personaggio psichico, lo rappresento e se lo rappresento, il personaggio vive, psicologicamente.
Possiamo quindi dire che imitare significa psicologizzare, rendere psicologico ciò che è concreto.
Quando Pizzul viene imitato viene vissuto psicologicamente, e continua a vivere in noi e nella sua imitazione.
La mimesi nel mondo animale (dell’anima)

Nei miei articoli viene riportata spesso la parola anima. Abbiamo visto che poesia, anima e mimesi sono parole connesse. Ma in particolare anche rappresentare, e nello specifico, il mondo animale (anche solo etimologicamente) è quello che più rappresenta l’anima stessa.
Ci sono molti animali che si mimetizzano, ed il loro mimetizzarsi è una rappresentazione archetipica, una modalità strutturata e stratificata di comportamento (pattern of behavior) funzionale all’adattamento e alla vita.
Spesso gli animali si confondono e confondono i predatori grazie a dei comportamenti specifici, dimostrando come la mimesi sia in connessione con la sopravvivenza della specie. L’esempio più noto (per non divagare troppo) è sicuramente il camaleonte già citato, prima immagine che viene in mente quando parliamo di mimetizzazione (fate la prova, è istintiva, dite la parola a qualcuno e vedrete che la prima immagine spesso è questa).
Ci sono inoltre tipi di farfalle (che in greco guarda caso è proprio “psyche”) che si mimetizzano per nascondersi ai loro predatori.
Per ultimo cito il polpo, un animale intelligente, che si adatta, si trasforma, si nasconde sulle rocce, dimostrando un buonissimo problem solving, mimetizzandosi con la pietra. Il polpo ci aiuta ad entrare nel mondo del “come se”. E’ come se fosse pietra, eppure la sua consistenza fisica è l’esatto opposto, è mollo. Ricordo come “arricciare il polpo”, sbattendolo contro la pietra, aiuta a rendere più morbido il polpo: un contro senso, potremmo dire “opus contro naturam”, che fa comprendere come il lavoro che stiamo facendo sia proprio immaginale e non concretistico appunto. Gli alchimisti chiamavano questa operazione ceratio: la capacità di ammorbidire le nostre fissazioni per uno scopo preciso.
Per entrare a contatto con questo aspetto animale, bisogna appunto ammorbidirsi, e per pensare, vedere, muoverci come una persona, imitarla, bisogna imitare appunto tutto ciò che noi vediamo. Quello di imitare il comportamento animale è un esercizio che si fa spesso a teatro: si parte dall’animale per arrivare ad un personaggio, all’essenza dell’anima, ossia la mimesi, il fare anima. , Gli animali quindi, animano, sono l’anima, Non a caso si sente spesso dire “se solo facessimo come gli animali, loro sì che capiscono”. Allora se volete capire, bisogna imitare. E’ un concetto profondo, filosofico, e per questo, veramente umano.
La mimesi in filosofia
L’arte della mimesi è stato un tema approfondito e studiato in particolare nel campo filosofico.
Quasi tutti i massimi esponenti di tale disciplina hanno discusso intorno a questa tematica.
Andiamo per ordine.

Platone: Pizzul come Demiurgo
Per Platone, in relazione al suo ragionamento intorno alle idee, esiste una prima differenziazione: l’eidolopoietikè mimesis, la produzione di false immagini che imitano le cose (che possiamo chiamare idoli), e l’autopoietikè, ossia la produzione delle cose stesse, immagini che imitano la realtà delle forme ideali.
Inoltre Platone considera la mimesi umana come icastica (immagini che riproducono fedelmente il modello seguito), oppure come fantastica (copie illusorie, non fedeli). Seguendo il filosofo possiamo prendere ad esempio una cosa e seguire la sua idea, e la riproduzione di tal cosa, la sua mimesi. Ad esempio, se prendiamo un tavolo, dentro di noi c’è l’idea del tavolo (per traslare il linguaggio nell’analitico prendiamo l’immagine del tavolo), che Platone dice essere la vera realtà dell’oggetto, quella immaginale appunto. Poi vi è il tavolo costruito da una persona, un’artigiano o un macchinario (sempre impostato comunque dalla mano umana), creato in base all’idea appunto. Poi però c’è un’altra realtà ancora: il tavolo dipinto su un quadro, il tavolo descritto in una canzone, in una poesia.
Qui è importante fermarsi a sottolineare come la mimesi sia connessa all’arte (ed essa stessa infatti è arte), alla poiesis in quanto fare anima. La mimesi entra in azione negli uomini quando producono dipinti, poesie e secondo gli antichi Greci, quando gli dèi creano i sogni per gli uomini. E’ chiara la connessione col lavoro analitico. Il sogno è il dipinto dell’anima. L’arte del commentare di Pizzul diventa mimesi, poesia, fare anima.
Platone quindi classifica i tre artefici di tali operazioni: c’è il Dio, un Dio (un Demiurgo) che produce l’idea, l’immagine del tavolo, il corrispettivo dell’artigiano che produce il tavolo sull’idea, il modello tavolo. Il terzo è l’artista, il pittore, l’imitatore che si rifà al tavolo dell’artigiano.
Come in una cover band di qualche gruppo famoso: la musica non è loro, non si rifanno alle loro note interne, psichiche (magari alle note apollinee che nascono da sé), ma imitano quelle del gruppo idolatrato.
Pizzul era un pittore, un Demiurgo che parlava attraverso sé o l’idea del telecronista, o un lavoratore del mondo del calcio?
Aristotele: i gradi della mimesi
Aristotele dice invece che ci sono tre diversi livelli dell’imitazione: imitare le cose come sono; imitare le cose per come sembra che siano; imitare le cose così come debbono essere. Gli imitatori di Pizzul sembrano incrociare questi livelli.
Aristotele inserisce all’interno della riflessione sulla mimesi il concetto dell’estetica, un concetto in connessione all’arte naturalmente. Ma nell’arte è tutto estetico: l’arte si basa sull’immaginazione e non ci sono regole, limiti, confini, l’artista è colui che crea e se crea è libero, e realizza il tutto attraverso il senso estetico.
Hillman
James Hillman, il fondatore della psicologia archetipica, riformula a suo modo le concezioni antiche, e nello specifico la concezione mimetico-poietica dell’arte, in relazione anche alla prospettiva di Vico che rovescia la visione platonica.
Uno dei libri più importanti dello psicoanalista è “Le storie che curano”, che in lingua originale si porta dietro la parola finzione, “fiction”, dove espone l’aspetto teorico e la riflessione in relazione alla base poetica della mente.
Andiamo quindi per ordine e seguiamo il suo ragionamento e incastriamolo al nostro.
L’arte non rispecchia la realtà, la riproduce ma non in modo razionale, ma seguendo regole interne, emotive, immaginali, archetipiche, fantastiche.
L’arte ha la sua forma mitopoietica, e come il mito che non dice ma accenna, porta a finzioni, non verità assolute, oggettive.
Psicologia analitica e arte poetica sono molto connesse, dato che viviamo l’arte come attività psicologica, che nasce da motivi psicologici, psichici, interni.
Hillman naturalmente si rifà al grande maestro Jung, che vede l’arte nella psicologia, o meglio la psicologia dell’arte in relazione al suo aspetto collettivo, ma soprattutto osservandola come prodotto autonomo, che riesce a liberarsi dal personale, dall’individuo. Come ricorda Gert Hauptmann “la poesia è l’arte di fare risuonare le parole primordiali dietro le parole comuni”. La poesia ci innalza nello spirito assoluto attraverso le profondità assolute della psiche: è così che ci connettiamo alla nostra vera natura.
L’arte, il prodotto artistico non è malattia, e quindi non può essere osservato in modalità medico-razionale, ma psichica: non deve per forza avere un significato univoco, ma rappresentare, immaginare, creare, fare.
L’opera d’arte (in qualsiasi forma artistica) è giunta alla coscienza, ma non dobbiamo per forza assimilarla ma basta percepirla, viverla psicologicamente ed è già terapeutico di per sé, è un contatto con l’anima.
Per Hillman quindi la nostra vita è un racconto, e noi guariamo attraverso il giusto racconto, trovando il giusto racconto per noi, di noi. Questi racconti, queste “finzioni che curano” uniscono l’antinomia tra poesia e riflessione: l’arte è capace di abbracciare la dimensione estetica in senso più alto in assoluto.
E’ un finto Pizzul quello di Pintus, degli imitatori, eppure cura sé stesso, cura il racconto del più grande telecronista della storia del calcio italiano.
Conclusioni
Per concludere vorrei sottolineare che questo articolo debba esser letto poeticamente, metaforicamente, nel mondo del come se. Come se Pizzul fosse qui.
E qui c’è Bruno Pizzul, in tutta la sua essenza, nel suo racconto, nella metafora della sua vita.
Un mito che ci viene raccontato attraverso l’arte della mimesi, l’arte della finzione, che ci ricorda ancora una volta di come questa esistenza sia una finzione vera. Non esistono falsi miti, esistono solo i miti. E Bruno Pizzul, per me, per la mia generazione, per tante generazioni, per tanti sportivi, è stato e sempre sarà un mito. In tutti i sensi.
La storia del telecronista più importante del calcio, che tutti hanno voluto imitare.
Grazie Bruno.
Bibliografia
HILLMAN, J., 1983, Le storie che curano, Raffaello Cortina Editore, Milano, (MI), 2021
HILLMAN, J.,1996, Il codice dell’anima, carattere, vocazione, destino, Adelphi, Milano, 2009
HILLMAN, J., 1975,Re-visione della psicologia, Adelphi, Milano (MI), 2019
HILLMAN, J. 2010, Psicologia Alchemica, Adelphi, Milano (MI), 2013
JUNG, C. G., 1936, Sull’archetipo con particolare riguardo al concetto di Anima, in Opere, vol. 9, Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Boringhieri, Torino (TO), 1980
JUNG, C.G., 1912, Simboli della trasformazione, Bollati Boringhieri, Torino (TO), 2012
Socrate, La Repubblica, Laterza, Bari (BA), 2007





