
“Psicomitologia”: la psicologia archetipica
Dicembre 18, 2025Febbraio: il mese della purificazione
Sono sicuro che vi starete chiedendo del perché di questo articolo: perché uno psicologo e psicoterapeuta parla, nel mese di febbraio, di febbraio? È forse impazzito?
Potrebbe essere. Eppure è perché, lo psicologo, è colui il quale ha strutturato un suo racconto, logos della psiche, anima.
Allora io provo sempre, in questi articoli, a partire da me.
Sono nato infatti il 12 febbraio del 1992. Non sto facendo autocelebrazione, né sto svendendo i miei dati: sono già reperibili dappertutto causa digitalizzazione. Forse un giorno scriverò anche dell’importanza della privacy e dei dati online, la loro pericolosità, preziosità e utilizzo.
Fatto sta che l’energia, il motore del mondo, abbia preso la mia forma proprio nel mese di febbraio. Ritengo che ciò sia significativo per la ricerca del senso della nostra esistenza, e della domanda principale che ci porta in una stanza di terapia: “chi sono io?”.
Tale quesito, segue l’antico principio del “conosci te stesso e conoscerai il mondo”, e si può partire col conoscere appunto il mese in cui si è venuti al mondo. Ma può essere il mese in cui ricordiamo un evento significativo: il lutto di una zia, il cambio casa, il cambio lavoro, ecc.
Perché ci succedono tali eventi, in tale periodo?
Riflettiamo attraverso l’osservazione della natura: è più freddo, crescono meno verdure, fiori, frutti, la natura è morta, le notti sono lunghe, molto spesso nevica e la neve, fredda, protegge il seme che rinascerà a primavera. Insomma, psicologicamente, siamo in una pausa necessaria, un fermarsi, un aspetto notturno di noi, oscuro, un silenzio che tende però a rinascere e ripulirci.
Prendiamo ora in considerazione l’illustre riferimento di Ovidio e la sua classificazione dei mesi che struttura ne “I Fasti”. Per il poeta febbraio è un mese legato ai morti, agli antenati, al passato collettivo, agli spiriti. Il maestro Ovidio ci ricorda che da 13 al 21 febbraio ci sono le Parentalia (ognuno privatamente dà doni ai defunti) e il 21 febbraio le Feralia (riti pubblici invece sulle tombe vere e proprie).
Giocando con le parole, è facile collegare febbraio a febbre. In effetti la parola “febbraio” deriva da “februare” ossia purificare. La purificazione, la pulizia era in relazione all’anno passato, ai mali passati. Ci dice quindi Ovidio che la riflessione che porta con sé febbraio è quella della purificazione e, per farlo, bisogna onorare il passato, il mondo arcaico attraverso il silenzio, che ci porta a compiere la riflessione più importante della nostra esistenza, quella della ciclicità della vita e, quindi, della morte.
Carnevale: ancora vale?

Ci colleghiamo al primo numero di febbraio in due punti: il primo è che parlavamo di riti, secondo è che sono nato il 12 febbraio.
Uniamo i due punti come se stessimo sfogliando una rivista di cruciverba e avessimo di fronte la pista cifrata, e vediamo che figura viene fuori.
Tra i “riti” rimasti attivi, ce n’è uno in particolare che ha data variabile ma ricorre spesso in questo mese: il carnevale.
Che il carnevale sia un rito pagano, antico forse bisogna sottolinearlo. Specifico anche il perché tirare in ballo nuovamente la mia data di nascita: quest’anno il giovedì grasso cade proprio il 12 febbraio. Inoltre i compleanni sono essi stessi riti. Anche se facciamo parte di quelle persone che dicono “io non lo festeggio” in realtà è il rito che viene da sé. Il nostro corpo infatti ricorda di essere venuto al mondo in questo giorno di tot anni fa.
È un momento di passaggio, di chiusura di un cerchio, di un anno, e come si diceva nel sopra, purificazione.
Il giovedì diventa “grasso” in quanto, da quel giorno fino al martedì successivo, si è più liberi di esagerare, godersi gli eccessi e i cibi grassi, prima delle restrizioni della quaresima, un periodo invece di digiuni, fioretti, privazioni.

Se però andiamo ancora più indietro del cristianesimo, vediamo come questi periodi erano connessi ai Saturnali romani (la pesantezza saturnina a contrasto con la leggerezza) e le feste dionisiache greche (guarda caso Dioniso ha molte somiglianze col Cristo). Se dovessimo leggerlo psicologicamente è evidente, quindi, che siamo a contatto con quella nostra parte che ci fa accedere a noi stessi e alla conoscenza di noi, attraverso l’eccesso, l’intensità, la libertà, la stravaganza, il rovesciamento dei ruoli sociali.
È il Carnevale e il suo simbolo, la maschera.
Carnevale dal latino “carnem levare”, ossia togliere la carne.
Il paradosso dell’anima: il periodo in cui si esagera di grassi (e carni) deriva il suo nome dal togliere tali grassi. È simbolico, metaforico, psichico. Le parole e la loro etimologia non possono non esserlo. La domanda psicologica ora è: quanto è possibile ancora il carnevale, renderlo un rito, cioè togliere la carne, in un mondo iper-consumistico, in cui si mangia carne tutti i giorni? Non è forse tutti i giorni carnevale? Vuol dire quindi che psicologicamente, siamo sempre leggeri, eccessivi, senza un ruolo specifico?
A voi la risposta.
Carri che valgono
Lo psicologo non dà consigli, non fornisce risposte, non chiude. Lo psicologo deve saper fare le domande giuste, deve dare spazio a quel seme che vede nella persona che ha di fronte e lasciarlo germogliare, deve aprire.
Ho aperto una riflessione con il mese di febbraio, e vi lascio la mia visione, che non è quella giusta, è la mia, con la mia esperienza, la mia prospettiva, quella psicologica.
Dato che però la psicologia, dovrebbe essere la somma di tutte le prospettive, la prospettiva delle prospettive, il guardare in trasparenza, è quella che più comprende gli altri punti di vista.
Aggiungiamone un’altra, di visione, per leggere questo periodo ed il carnevale.
Qualcuno collega il carnevale alle parole latine “carrus navalis”, ossia “carro navale”, un vero e proprio carro allegorico in onore di una delle dee più importanti dell’epoca pagana: Iside, la Grande Madre. Vi ricorda qualcosa?

Andate a vedere le vie di Fano, Montefiore dell’Aso, Ascoli Piceno, Offida (per dirne alcune, ma come dicevo prima, parto dall’esperienza, la mia, che sono stato più volte in queste cittadine a festeggiare il carnevale), nei giorni di carnevale (variano le giornate, martedì grasso, giovedì grasso, sabato, domenica, venerdì…) e ditemi se non ci sono “carri navali” che girano.
Quando penso alle tradizioni, ai riti, al senso del rito, penso spesso a mia nonna.
Aveva fatto solo 3 anni di scuola, e parlava solo dialetto, venendo dalla campagna di Urbisaglia. Ha sempre vissuto con il silenzio ed il lavoro. A volte lavorava (uncinetto o pulizia delle verdure) dalla sua sediolina, stile casa dei giochi, piccolissima. Mia nonna era molto bassa, la sedia più di lei, era buffo vederla lì. Ed era buffo vederla soprattutto muovere la bocca ed emettere suoni strani. Non riuscivo a capire da piccolo cosa facesse, come se fosse impossessata o qualcosa del genere. Lo scoprii solo anni dopo il significato, quando arrivai al liceo scientifico. Mia nonna “parlava” latino, era l’ora del rosario. Seguiva il rito, senza però sapere bene cosa facesse. Un po’ come io cercavo di tradurre Cesare o Cicerone dal latino all’italiano, inconsapevole di ciò che era scritto davvero.
Bisogna tornare in primis a vivere i riti, ma soprattutto a renderli coscienti, consapevoli, necessari alla nostra vita. Mia nonna non sapeva ciò che diceva, eppure, lo sapeva, nella sua profondità.
Com’è profondo la relazione tra noi e il carnevale.
Una festa legata anche ai Saturnali romani, alle Dionisiache della Grecia.
Dioniso, il dio della maschera.
Portiamo davvero tutti una maschera?

Mi piace lasciare in sospeso, con le domande aperte.
Fa base sulle dipendenze, di-pendere, essere appesi.
Ma è una modalità di imparare a essere dipendenti in modo sano, maturo.
Essere dipendenti dalle domande, dalle riflessioni, da sé stessi.
Il mondo delle dipendenze è il mondo dell’inflazione della maschera dionisiaca, troppo Dioniso.
È il corpo, l’intensità, l’estasi, che prende il sopravvento.
Eppure alcune volte bisognerebbe indossare questa maschera, quella del lasciarsi andare, di Dioniso. Il carnevale è sicuramente il momento giusto.
Ma la parola maschera ora è sinonimo di falsità. Siamo sicuri?
“Fabio porta una maschera”, “Marta, togliti la maschera!”.
Le maschere sono nate perché, con le costruzioni di diversi tipi di teatri, è iniziata la distanza tra pubblico e attore (prima solo con trucco). La maschera serve a farsi vedere anche a distanza. Serve uno sguardo attento, profondo. Come nel mondo social con tutti i suoi personaggi, che si mettono la maschera dell’influencer per coprire lo spazio tra le persone e il corpo.
Un attore, sale sul palco, recita. Ma non lo prendiamo forse per vero? Sta re-citando, nuovamente citando, chiamando. È solo questione di chiamare il personaggio giusto, il dio giusto, che vuole parlare, farlo scendere, indossare la sua maschera appunto, metaforica e non concretistica, quella che gli corrisponde. E se la maschera non corrisponde al personaggio? Immaginate se Amleto arrivasse in scena e dicesse le battute di Orazio. Non avrebbe senso la tragedia. Immaginate se il Supereroe fosse Peter Parker, e la persona comune Spiderman.
Insomma, non basta vestirsi da arlecchino per essere Arlecchino. Bisogna dare voce a questo personaggio (persona, per-sona, il suono che usciva dalla maschera), seguire l’effetto liberatorio del carnevale, dargli voce, e il personaggio prende corpo. La maschera nient’altro è che una forma visibile, un’amplificazione, di un contenuto interno, invisibile. Bisogna sapere guardare in trasparenza, magari proprio con lo sguardo intenso che coinvolge, lo sguardo di Dioniso, che spesso porta alla follia. Abbiamo paura di poter vivere ciò che sentiamo, non c’è permesso.
Dioniso è il dio straniero, il dio altro da noi, eppure è un dio molto vicino a noi e alle nostre tradizioni. Per fare degli esempi: la maschera pesarese “Rabachen” significa “baccano” (il nome romano Bacco), Papagnoco maschera anconitana, contadino viticoltore, Guazzarò la famosa maschera offidana che rappresenta l’abito da lavoro dei contadini, in particolare per pulire le botti, o svinare.
Iniziamo a conoscere le nostre maschere, e conosceremo noi stessi.
E tu? Quale maschera usi?





